Sfatare 5 miti social: sicuri che l'email sia morta o che la comunicazione sui social media sia sempre e solo informale?
Abbiamo parlato più volte del fenomeno del Social Media, un libro infinito che possiamo leggere e scrivere tutti. Sicuramente è un fenomeno rilevante ed importante, ma quando si parla troppo di un qualcosa spesso si sottovalutano le alternative: cerchiamo di analizzare le false verità che popolano la rete riguardo i social media e al loro ruolo di panacea di tutti i mali del web e del mondo.
L'electronic mail è morta
Da potente mezzo che ha cambiato il modo di lavorare a strumento di comunicazione vetusto, questo è il primo mito che galleggia nell'oceano di internet. Nasce da un misunderstanding della blogosfera riguardo un articolo del Wall Street Journal del 12 Ottobre 2009 intitolato "Why Email No Longer Rules". L'uomo ha un rapporto chiaramente forte con la parola "morte", parola chiave molto utilizzata dai blog dato che ha un significato forte, ad iniziare da Gizmodo, che ha pubblicato dati sull'aumento del social a discapito della e-mail, per finire al tam tam di blog e link che ha alimentato questo falso mito. L'e-mail dimostra da sola che è lontana dalla fine del suo ciclo di vita, Gmail ne è un forte esempio, l'utilizzo aziendale e l'impossibilità di poter rinunciare ad un servizio che permette la registrazione a forum e agli stessi social network: senza l'e-mail non si va da nessuna parte. Purtroppo quello che ha carattere social fa tendenza, proviamo ad immaginare un affare che si sviluppa nei 140 caratteri di Twitter, sicuramente le tecnologie alternative all'e-mail ci sono, ad esempio Google Wave, il cloud computing, Google Docs, ma sono molto lontane dall'uccidere l'e-mail. Non esiste CEO senza blog
Per chi non lo sapesse il CEO è un delegato aziendale con poteri manageriali, data la loro posizione viene ovvia l'idea che siano difficili da contattare. Effettivamente è vero, con l'assottigliarsi delle distanze grazie alle piattaforme sociali i comuni mortali hanno iniziato a parlare con celebrità, purtroppo a volte dei veri e proprio profili fake, a cercare di contattare "qualunque cosa" tramite Facebook o Twitter, o cercare raccomandazioni direttamente da Bill Gates su LinkedIn. Addirittura dopo l'elezione di Obama il mondo si è scandalizzato perché non "twittava", effettivamente a pensarci sarebbe fantascienza tenere sotto controllo un possibile traffico generato da un post del presidente degli Stati Uniti. Il rovescio della medaglia è che sentire la voce di una società da parte di un "pezzo grosso" fa sicuramente piacere al cliente, è segno di trasparenza, però deve rimanere decisione della società o dell'amministratore delegato se avviare una comunicazione social o no. Attenzione però a non alimentare un altro falso mito, nessuno dice che una società senza blog sia una società vincente, anzi, avere uno spazio online per una società è fondamentale, ma questo non presuppone che sia il CEO a tenerlo. Myspace: dove i giovani si esprimono
Nel lontano 2006 comScore.com con un pool dimostra che Myspace è abitato dal 51% di under 35, il tempo online scorre in modo diverso di quello umano, dal 2006 ad oggi siamo sicuri che sia sempre così? Per esempio pewinternet.org dice che le medie di età variano di anno in anno, a seconda poi della nazione in cui le consideriamo. Quindi attenzione quando si studia il social dove fare mercato, bisogna prendere con le pinze tutti i dati demografici che ci sono, tenendo conto che la rete è di tutti ed è abitata da tutti. Poi è chiaro che MySpace è una buona piattaforma per una band musicale, ma non lo sono anche Twitter e Facebook? Internet è per tutte le età, i social sono parte di internet. La comunicazione dei social media è informale
Useremmo lo stesso linguaggio parlando con un amico e poi con un professore? La comunicazione online rompe molte barriere formali di comunicazione, ma è sempre essenziale tenere presente con chi si parla. Pongo una domanda simile: "useremmo lo stesso linguaggio in una e-mail spedita ad un amico e ad un professore?". Non credo, dietro l'e-mail, ai 140 caratteri di Twitter c'è sempre una persona, ecco il mito sfatato. Il social media per la massa è una grande piazza informale, ma quando si parla di aziende che cercano personale, che tengono un blog ci si aspetta un linguaggio idoneo, sicuramente non troppo formale, ma lontano dall'informalità di un colloquio di lavoro on-line con le emoticons. Se non si ammalia lo spettatore hai fallito
Definire un video "virale" significa intendere che questo video si propaga quasi autonomamente negli schermi di tutti, e come fa a propagarsi? Il video è curioso, ne hanno parlato al tg, lo hanno pubblicato su Facebook tante persone, si trova nella prima pagina di YouTube - ma un video virale è indispensabile per il successo aziendale? Sicuramente è un buon punto di partenza, ma è difficile da realizzare un video pubblicitario che possa trasmettere l'interesse di un film o di un video amatoriale curioso. YouTube e Vimeo sono due piattaforme social fondamentali per i video, ma è quasi impossibile ricreare in studio la viralità, è una caratteristica spontanea e curiosa. Difficilmente riuscirete a creare un video aziendale con "potenzialità virali" ma non è nemmeno l'unico piano di marketing per un'impresa, e non è detto che la massa recepisca il messaggio: un video può essere visto da sole 100 persone che acquistano tutti il prodotto e da 10.000 che lo guardano solo per curiosità senza nessun ritorno di marketing. Non farti fregare dai falsi miti
Questo non è un vero e proprio mito, ma "un'intenzione di mito". La macchina del web è gigantesca, per il blogger è facile incappare in un falso mito, ed è anche possibile crearne uno, consapevolmente o no. Quindi bisogna stare attenti a quello che si legge e che si riporta.
powered by Disqus


Buzz it!















